Tempi difficili

Hard Times (1854) – Charles Dickens / Inglese

Pienamente addentrato nel suo momento di massima maturità letteraria, Dickens confeziona qui un affresco sociale di grandissimo valore, che riflette duramente e lucidamente sui suoi tempi risultandone un’aspra critica. Al centro la famiglia Gradgrind capeggiata dal padre Thomas, insegnante utilitarista che, a seguito delle sfortunate vicende dei figli, rivaluterà la sua concezione della vita, i suoi figli Louisa, Cecilia e Tom, l’amico Josiah Bounderby, l’emblema dickensiano della spregevolezza e dell’ipocrisia di classe Stephen Blackpool, un onesto lavoratore in lotta con il mondo, un simbolo di onestà, bontà e rettitudine senza fine. Attraverso matrimoni organizzati ma mai fioriti (Louisa e Josiah), amori sfortunati, furti, menzogne, sentimenti puri e sentimenti falsi i personaggi dello scrittore inglese vivono e soffrono, a contatto con la corruzione del clima sociale, tutti in disperata ricerca della loro tranquillità, tutti differenziati tra loro in base agli effetti che i problemi della storia hanno su di loro.

Per la prima e ultima volta nel seguente romanzo l’autore scommette sui contenuti e vince la sfida. La seguente è infatti l’unica delle opere dove Dickens punta ad una vera e propria critica palese attraverso la sua costruzione ormai rodata dei personaggi in tutta la loro credibilità e in tutte le sue sfaccettature umane. Se però simili figure come Josiah e Stephen sono in sè per sè un messaggio, uno stereotipo, e lottano tra loro in quanto emblemi di malvagità e bontà, altri come Thomas sono invece figure più complesse e strutturate non tanto per simbolizzare qualcosa quanto per mostrare un’evoluzione umana, aprendo quindi la porta alla speranza. Quella di Sissy poi è la vera figura di spicco dell’opera; su di lei l’autore punta tutto, concentrandovi tutta la purezza e la positività dell’immaginazione che infatti la porterà nel finale ad essere l’unica vera sopravvissuta. Ogni altra figura infatti soffrirà a causa delle proprie azioni,come Tom, Louisa e Josiah per esempio, ma non Sissy. E con questo Dickens spezza ancora una lancia a favore della libertà d’espressione e contro l’esagerata concretezza dell’utilitarismo. Memorabile da citare a riguardo l’inizio del romanzo, con la lezione tenuta in classe dal padre Thomas e la domanda che pone ai suoi ragazzi sulla definizione del cavallo: la scena tende a sottolineare con vigore il parere iniziale dell’uomo per poi far risaltare maggiormente quello che sarà il suo cambiamento finale.

Difficili

La morale di Dickens risulta quindi molto stereotipata e al limite del banale a causa delle forti connotazioni impresse alla storia e ai personaggi: lo stesso effetto che si nota in tutti gli altri suoi romanzi, solamente qui è solidamente aiutato da un sostegno di tipo contenutistico. Nella sua visione del mondo la falsità è scontata, quasi intrinseca alla natura umana, radicata nella mentalità comune e fattasi abitudine. Ogni personaggio tranne il protagonista non può fare a meno di sbagliare perché è nella sua natura farlo, ciò lo rende come appena detto tanto credibile quanto esagerato e spinto. Ma spesso, come qui nel caso di Stephen, non paga nemmeno l’onestà, perchè essa non può essere riconosciuta tale quando il mondo che ti circonda è corrotto dal proprio sfrenato opportunismo. Dal licenziamento al denigramento da parte dei suoi colleghi e amici fino all’ingiusta accusa di furto il povero operaio funge da parafulmine per tutta la popolazione. E nel suo accanimento morale lo scrittore non perdona nemmeno l’apparato socio-politico, condannando pesantemente il capitalismo attraverso la figura di Josiah. Quello di Dickens è quindi un voler demolire una società mostrando a cosa porta un simile modello sociale, mettendo in mostra gli effetti che ha sulle persone; egli non vuole ricreare un mondo, vuole solo denunciare le falle del sistema.

Tecnicamente si ravvisa nello stile dell’inglese una forte predilezione per la narrazione materiale, speculare ma al contempo basata unicamente sugli avvenimenti. Essendo ancora in pieno ottocento (e non avendo quindi quelle innovazioni letterarie introdotte da Freud e poi applicate piano piano da tanti celebri scrittori) manca quella caratterizzazione psicologica dei personaggi che permette immedesimazione e realismo al massimo potenziale. La scrittura è sciolta, scorrevole e basilare, il racconto è lineare e segue i diversi personaggi come siparietti all’interno di una commedia teatrale; il voluto realismo delle situazioni enfatizza tutto ciò e rende quindi la storia più appassionante. Si nota quindi una differenziazione della suddetta opera rispetto a quelle precedenti e successive dell’autore, Dickens qui abbandona l’occhio fanciullesco sul mondo con tutte le conseguenze generalizzanti che ciò comporta, a favore di uno spaccato sociale di grande spessore, composto da personaggi mai tanto interessanti e coinvolgenti.

Voto: ★★★★/★★★★★

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