L’uomo che guardava passare i treni

L’Homme qui regardait passer les trains (1938) – Georges Simenon / Francese

Cimentandosi in un tipo di romanzo a lui contemporaneamente affine per genere ma profondamente differente per approccio, il talento giallista di Simenon affronta qui in chiave esistenzialista una storia intensa, drammatica e davvero ricca di tematiche filosofiche e spunti di riflessione da cui partire per un maggiore approfondimento.

Le vicende sono quelle di Kees Popinga che da un momento all’altro, un po’ come Mattia Pascal, si ritrova senza identità e completamente solo, costretto a fuggire da tutti e a spogliarsi di tutto se stesso: da solerte impiegato si ritrova accusato di bancarotta fraudolenta, cade in crisi non riconoscendosi più nell’immagine che gli altri hanno di lui e nel tentativo di salvarsi presso una conoscente finisce per ucciderla. La sua fuga sarà inaspettatamente duratura ma alla fine egli cederà il passo all’ineluttabilità del proprio destino.

Ribadendo quella crisi di certezze e di ideali che l’uomo novecentesco fu costretto a subire e ad assorbire passivamente, come lo smog di una metropoli per un suo cittadino, anche l’autore belga si cimenta nella sua espressione di disagio interiore attraverso una storia ed un personaggio ad alto dosaggio problematico; Popinga è difatti l’espressione del grande caos interiore del mondo di quel periodo e, come tanti altri personaggi dell’epoca, naviga nella propria vita come una nave senza timoniere. L’inizio dei suoi problemi è infatti, un po’ come nell’ ‘Uno, nessuno e centomila’ di Pirandello, la subitanea comprensione di non conoscersi più e di non essere per le persone come egli credeva di essere visto: per la moglie è un pazzo, per il capo uno stupido, per la società uno spietato criminale. E così da quel momento insieme alla fuga pratica dalla polizia inizia la fuga da una realtà che non è più la stessa e che si accorge non essere mai stata quella che da sempre credeva, trovandosi costretto a liberarsi dal suo intero essere, spogliandosi delle sue abitudini, delle sue sembianze, in lotta contro tutto, scappando da un capolinea ormai inevitabile.

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Dal Belgio quindi egli fugge a Parigi, girando per ogni via e visitando ogni bar e locale, cercando disperatamente di impossessarsi di una personalità di misero e squattrinato vagabondo che non riesce a conquistare. Nemmeno il suicidio, dal basso del suo vero status di antieroe letterario decadentista, riesce a concretizzarsi: egli infatti si frena poco prima dell’atto, venendo catturato ed internato in ospedale.

Tecnicamente il romanzo si distacca dalla linea giallista tipica dello scrittore avvicinandosi maggiormente ad un ritmo ed una scrittura classicamente narrative e contenutistiche. I fatti vengono dunque narrati con particolare dedizione al protagonista ed alla sua dimensione nel mondo e nell’ambiente decadente e misero del ‘900. E’ Popinga il centro dell’attenzione, è la sua personalità, le sue azioni e la sua dimensione nell’universo che si situano con forza nell’immaginario attento del lettore. Lo stile tuttavia si distingue per la forza risaltante e l’attrattiva dell’intreccio: è basilare, non ricamato e come già detto rifugge da quell’attenzione ai dettagli e alle azioni tipiche invece di un romanzo giallo, come può essere ‘Dieci piccoli indiani’, con il quale sicuramente il suddetto non ha nulla a che fare.

Terminando quindi si può definire ‘L’uomo che guardava passare i treni’ un’opera straordinariamente innovativa, soprattutto per lo scrittore, che dimostra qui di riuscire a coinvolgere anche con opere più impegnate; la fama del romanzo infatti è fuori da ogni dubbio legata a ciò, oltre che alla sua grande forza espressiva. Un’opera quindi di grande attrattiva, forte e con un grande potere di intrattenimento.

Voto: ★★★/★★★★★

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