Il deserto dei Tartari

Il deserto dei Tartari (1940) – Dino Buzzati / Italiano

Strutturalmente ineccepibile, dotato di una carica al contempo tremendamente malinconica e profondamente spirituale. Con ‘Il deserto dei Tartari’ ci troviamo di fronte ad una tipologia di opere profondamente radicate alle più grandi ed eccelse radici letterarie che, sfruttando le eredità kafkiane come ‘Il castello’, si appropriano di un linguaggio puramente ideologico dove la parola dà forma al contesto assumendo una carica fortemente filosofica e ontologica. Nato infatti come un progetto puramente biografico-concettuale, il lavoro in causa vanta una gamma svariata di significati e di allusioni, riguardanti l’uomo in quanto essere in contatto/contrasto con la propria dimensione spazio-temporale e di conseguenza in inferiorità nei confronti di un presente ancora incodificabile, astruso.

Giovanni Drogo è giovane, speranzoso e desideroso di servire il proprio paese. Una volta uscito dall’accademia per ufficiali, viene mandato ad un vecchio presidio di confine in rovina. Allo shock iniziale segue il bisogno di fuggire da quel luogo desertico e abbandonato da Dio, ma il coraggio impostosi convince il protagonista ad una prova di resistenza. Trascorreranno imperterrite e ripetitive le giornate, i mesi e perfino gli anni, tra compagni che riusciranno a cambiare vita e la speranza generale di veder arrivare i nemici  portando la tanto agognata gloria. 

Fortezza Bastiani: un luogo di desolazione, scandito dal rumore del vento, volti solcati dalla disperazione e fatua speranza. I giorni non si contano, le ore si perdono, la tremenda agonia di una ripetitività atemporale lascia solo rimpianti. I soldati si aggrappano ai rovinanti mattoni delle mura come bestie in gabbia, come fantasmi e non più uomini, mai più uomini. La lunga ed impervia strada che porta verso la “gabbia” dove ogni aspirazione vagheggia nella mente desolata, sancisce il punto di non ritorno, il cammino fatale attraverso il quale l’uomo giunge al confronto diretto con sé stesso e con l’asprezza di un mondo. La beffa di un futuro inesistente, ridotto ad attimo perpetuato, regna incontrastata negli animi delle persone confinate tradendo dal solo aspetto ogni aspettativa. In un simile panorama, decadente ed apocalittico, l’unica certezza è riconoscere la sfida intrinseca al luogo, la certezza che il deserto che avvolge il presidio altro non è che la desolazione di una vita di dissensi, plasmata dall’angoscia di sopravvivere e dalla speranza di morire come il tenente Augustina, avvolto dalle fredde mani della morte in mezzo alla tempesta.

Tartari Imgur

Giovanni si trascina come ipnotizzato in questa realtà, conscio dell’inutilità del suo sacrificio e dell’irrealizzabilità delle sue aspirazioni, eppur imperterrito nella sua lotta contro il destino, contro una disfatta esistenziale che diventa universale come da insondabile precetto. Di fronte a lui si erge dispotico e presuntuoso il suo futuro, ammaliante come una dolce melodia, e già lui sa di essere perduto, già riconosce nel viso del suo futuro capitano, mentre si avvicina alla fortezza, quello che un giorno sarà il suo, senza speranza né aspirazione. L’entità kafkiana di Giovanni Drogo è pressoché innegabile: la sua dimensione tentenna tra l’oppressione di un mondo grottesco e l’inconscia consapevolezza di non poterne far parte, alienato ormai del tutto da una realtà insondabile, scandita dall’eterno ripresentarsi di un vuoto dilagante, un deserto appunto. A stonare però con tali canoni la presentazione di un velo magico che ha molto di marqueziano (‘Cent’anni di solitudine’ soprattutto), e che altro non fa che proiettare la vicenda in una spazialità indefinita, in un contesto del tutto immaginario, indefinibile, dove i pochi avvenimenti diventano fatati, simbolici: acquistano una carica suggestiva talmente forte da sgomentare il lettore in tutto il loro significato. E così un cavallo nero ritrovato abbandonato nelle vicinanze della fortezza e l’inconoscibile motivo che porta Giovanni proprio in quella fortezza, diventano un presagio di sfortuna, di predestinazione, e nello stesso modo una malattia contratta sul far della vecchiaia segno definitivo di beffa da parte della vita stessa.

Di rimando i Tartari, leggendari nemici tanto tempo addietro temibili e da secoli scomparsi, rappresentano la rivalsa sociale, l’apparente spiraglio di fama e di gloria a cui ogni soldato agogna, ed in relazione alla fortezza Bastiani (in realtà unicamente una trappola governativa per confinare individui in soprannumero) tecnicamente e strategicamente dimenticata da secoli, contribuiscono a creare una situazione di solitudine e di angoscia esistenziale dilagante, dove la routine annichilisce e annienta la personalità e l’uomo stesso, assumendone però carattere universale, e non solamente in quanto tale ma un po’ secondo la logica delle quattro mura polanskiane o della noia esistenziale moraviana per rimanere in disciplina, in quanto piattezza vitale e quotidiana che porta alla follia e al nonsenso. Non esiste in fin dei conti una logica ben precisa secondo la quale il protagonista attua le proprie scelte; è una strana, arcana forza, che gli fa sorgere il rimorso quando, ormai deciso a fuggire dalla fortezza dopo i quatto mesi di regola, deciderà di rimanere, come è un’altrettanto sconosciuto potere che lo renderà sordo e incosciente di fronte all’evidenza dell’imminente riduzione di organico alla quale quasi tutti i suoi compagni aderiranno, e che lui osserverà passivamente, venendo anzi preso in giro dal suo superiore in un secondo momento.

Molto altro ci sarebbe da dire su ‘Il deserto dei Tartari’, rimane indiscussa la sua valenza fortemente filosofica che permea e ricopre l’intero romanzo, rendendo Buzzati uno dei maggiori esponenti letterari italiani del secolo. Una storia profondamente novecentesca, che rispecchia una perdita di ideali e una generale crisi esistenziale diradatesi a macchia d’olio su tutto l’universo letterario. Un capolavoro indiscusso, forte, coraggioso e amaro.

Voto: ★★★★★/★★★★★

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