Il ritratto di Dorian Gray

The Picture of Dorian Gray (1891) – Oscar Wilde / Inglese

Affascinante, pericoloso, perverso esperimento quello messo in atto dal genio irlandese in questo suo immortale lavoro: assoggettare la propria vita all’arte, vivere come in un ammaliante insieme di stilemi estetizzanti incurante delle ordinarie regole dettate dal buon costume e dall’etica umana. Quelli che erano i principi regolanti dell’esistenza dell’autore prendono forma in questo primo, vero manifesto dell’estetismo, dapprima rifiutato e solo in seguito, dopo il riconoscimento dell’innegabile grandezza dello scrittore, acclamato, celebrato e quasi idolatrato. Senza dubbio un capolavoro senza tempo, capostipite di una vera e propria venerazione per la perfezione sintattica del periodo nonché la massima espressione di tale concetto.

Incantato dalla straordinaria bellezza di un giovane, il pittore Basil Hallward decide di ritrarre quest’ultimo per fissarne su tela lo straordinario fascino. Il giovane, Dorian, colpito dall’opera, esprime il desiderio di poter rimaner giovane per sempre facendo invecchiare il dipinto al suo posto. A causa della nefasta influenza del perverso Henry Wottom, il protagonista finirà per far avverare ogni sua speranza, coltivando il culto del benessere fisico e del puro e semplice egoismo, e precipitando così in un vortice di follia omicida che terminerà con la sua stessa morte.

“[…] come lo vide indietreggiò, e le sue guance arrossirono di piacere. Gli occhi gli scintillarono di gioia, come se si fosse riconosciuto per la prima volta […] Lo spettacolo della propria bellezza lo rapì come una rivelazione […]”. Tutto parte da un dipinto, da una raffigurazione pressoché speculare della nostra esteriorità, di ciò che siamo e che di conseguenza rinneghiamo di avere o, come in questo caso, temiamo di perdere. Subito dopo l’attimo appena riportato Dorian viene sconvolto dall’idea della vecchiaia, della scomparsa di quello che secondo la filosofia edonistica è il più alto dei doni. Da qui si formula il più grande degli interrogativi umani, ovvero perché vivere, o meglio: perchè consumare un’intera esistenza all’insegna di una normalità mai appagante. L’edonismo è per i due protagonisti, Henry e Dorian, la chiave, il segreto della vita stessa, ciò che davvero rende la sopravvivenza meritevole di essere. Non esistono vie di mezzo, questa scelta perseguita pregiudica ogni moralità, ogni buon istinto, e se da un lato ciò può portare alla pienezza di spirito, dall’altro è un’inevitabile strada verso la perdizione.

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Così come ogni morale storica Wilde analizza in questo suo unico romanzo il tentativo di raggiungimento della perfezione, intesa quest’ultima sotto ogni punto di vista, che esso sia morale, fisico, intellettuale o che, da parte dell’autore stesso, comporti la messa in gioco della propria filosofia di vita e della propria capacità di raggiungere la perfezione stilistica. Ma egli abbatte anche ogni sorta di confine vigente tra generi letterari, istituendo con il proprio lavoro un perfetto esempio di narrativa al contempo del terrore, storica, sotto un certo punto di vista filosofica, dunque sadica nel propugnare una mancanza di moralità che conoscendo di persona non può esimersi dal criticare. Sembrerebbe dunque quasi impossibile che queste due consapevolezze dello scrittore si bilancino tra loro così abilmente senza generare un’eccessiva discordanza. In realtà ciò può essere considerato come il grande dilemma inconscio dello stesso Wilde, che, proprio a causa di ciò, ne pagò le conseguenze in prima persona.

Terrificante nello scandire gli attimi di massima tensione, nel riprodurre una realtà degenerante che forvia e che contamina come un morbo; attento, perspicace, irreprensibile nella stesura; pomposo, ricercato, moderno, paradossale, impressionante nella creazione di uno stile apparentemente astruso ma al contempo perfettamente espresso ed armonioso. Nulla rimane lasciato al caso, ogni personaggio diviene centrale, ogni figura, come quella della giovane Sybil, contribuisce alla trama ed allo sviluppo del personaggio ed in quanto tale assume tratti nitidi ed unici. Nel complesso si può asserire che il romanzo punti sotto tutti gli aspetti possibili alla creazione di un’anti-filosofia esemplare e sui generis per caratteristiche. Un culto della bellezza, della passione e della spensieratezza vissuto però come dannazione nel momento stesso in cui tali norme formano un essere forse ipoteticamente perfetto ma affatto concreto, “purtroppo utopico” come direbbe lo stesso Wilde.

Inutile persistere nell’illustrazione o decodificazione di un’opera che ancora ad oggi vanta una capacità di sorprendere, inquietare ed affascinare propria di pochissime altre opere. Oscar Wilde è senza dubbio uno dei massimi letterati che siano mai esistiti e ‘Il ritratto di Dorian Gray’, un po’ come ‘I fiori del male’ per Baudelaire, rimane come il suo oscuro, sconcertante ma indimenticabile capolavoro assoluto.

Voto: ★★★★★/★★★★★

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