La Storia

La Storia (1974) – Elsa Morante / Italiano

‘La Storia’: con un simile titolo non possiamo che attendere ad un’opera quantomeno compendiaria, che introduca la tragedia novecentesca affiancandola però al resto dei drammi storici del passato, e così è. A suo modo Elsa Morante si propone di trattare dell’Italia del durante e dopo-guerra, in particolare della sua Roma natia, con la pretesa di riassumere, attraverso il dramma di una famiglia, le principali fasi che caratterizzano l’avvento e le conseguenze della guerra sul popolo. Fame, morte, distruzione ma anche infanzia, giovinezza, ingenuità, amarezza: tutto ciò va dunque a formare un quadro storico ben preciso e ben congegnato, che sopperisce all’impegnativa lunghezza (all’incirca 650 pagine) con una narrazione solida, continua e attenta a non perdere di vista l’obiettivo auto-impostasi, quello cioè di denunciare la Storia, ciò che ha significato per l’uomo ma soprattutto l’uomo stesso in quanto ostinato fautore della suddetta.

Dal breve periodo che precedette lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale fino agli anni del dopoguerra, il tutto visto con gli occhi dei vari membri della famiglia Ramundo-Mancuso, dagli anni della spensierata vita a Cosenza fino alla difficile sopravvivenza nella Roma controllata dal regime nazi-fascista e messa in ginocchio dalla miseria. Tra i vari volti spicca su tutti quello di Ida Mancuso, timida seppur forte e coraggiosa insegnante, privata in poco tempo di madre, padre, marito e infine due figli e costretta a mantenersi lottando strenuamente. Il suo, insieme all’emblematica figura di Davide Segre, è l’effige dell’italiano medio, ignorante, inconsapevole eppure principale vittima consacrata sull’altare della stoltezza umana, umile pedina nelle mani di un corso storico imperituro.

Storia Imgur

Sarebbe inutile, quantomeno dispersivo e pressoché impossibile fornire una sinossi esauriente e completa della numerosa gamma di avvenimenti che si succedono nel corso del romanzo, tanto più che capiamo ben presto non essere tale lo scopo dell’autrice. Ogni personaggio difatti rappresenta un volto dell’Italia, il prodotto di un contesto ben preciso, una figura delineata su misura per ridisegnare un determinato periodo storico. Ciò viene confermato da vari fattori, primo su tutti le battute da loro pronunciate. I dialoghi non sono molti, l’opera segue prevalentemente il corso degli eventi storici ed i loro effetti sui protagonisti attraverso un racconto in terza persona dell’autrice (figura al contempo coinvolta ma mai approfondita), tuttavia è proprio nella loro accurata e intelligente disposizione che si riscontra il verdetto della Morante. Tutta la rabbia per un conflitto insensato e sanguinario, la voglia di denunciare la miseria che attanagliava il popolo, costringendolo alle più bieche azioni, questi ed altri messaggi vengono racchiusi in particolare nelle figure dei già citati Ida e Davide; loro sono le chiavi di volta per comprendere appieno l’opera.

Dunque la guerra, o meglio ciò che essa significa ed implica sul popolo. Più che una dettagliata e commuovente narrazione dei conflitti e delle rivolte avvenute infatti assistiamo al travolgente impatto degli stessi sull’esistenza dei protagonisti. Ma ciò non è tanto importante se non in virtù del suo riuscire a scandagliare nell’animo dei personaggi con il tatto di chi vuole trasportare e lasciarsi trasportare nei loro panni ma al contempo suscitare vergogna e rabbia in chi legge. A rinforzare l’operazione è altresì la scelta di utilizzare uno stile semplice, accessibile a chiunque, prevalentemente un dialetto romano e di provincia che contribuisce a rendere più vivo e realistico lo scenario e chi ci si dibatte all’interno. La Morante non rinuncia perciò al senso di colpa come non rinuncia a moralismi forse eccessivamente banali (ma d’altronde l’entità cronachistica dell’opera ne giustifica ed avvalora l’inserimento) seppur forti ed efficaci, lasciando in conclusione un finale decisamente più amaro del resto del racconto (per quanto questo possa essere possibile), perché la vita, come ci fa capire la stessa scrittrice, è questo; è sofferenza, dolore, è rimpianto giustificato, speranze inappagate e non nell’accezione prettamente esistenzialista del concetto quanto piuttosto in quella semplicemente realista, che è poi il fine ultimo e indiscusso del romanzo. Credere nella morte è frutto di esperienza, sopravvivere è un giogo trainato dal ricordo. Non si sfugge al dolore implicito de ‘La Storia’, ai suoi personaggi così sapientemente studiati ed alle sue atmosfere così cariche di odio e di incomprensione per un secolo di disfatte, idealistiche così come materiali.

Voto: ★★★/★★★★★

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