L’Età della Ragione

L’âge de raison (1945) – Jean-Paul Sartre / Francese

È il vuoto che ci annienta. Quell’amorfa angoscia di essere che coincide con l’attimo presente ma al contempo paventa una costanza distruttiva, perpetua e indescrivibile. “[…] Io sono per sempre condannato ad esistere al di là della mia essenza, al di là dei moventi e dei motivi della mia azione, sono condannato ad essere libero. E ciò significa che non è possibile trovare alla libertà altri limiti oltre se stessa, o, se si preferisce, che non siamo liberi di cessare di essere liberi […]”. Come spiega lo stesso Sartre in questo breve passo tratto dal mastodontico e compendiario saggio ‘L’essere e il nulla’, opera cardine dell’intero pensiero filosofico novecentesco ed esistenzialista, la libertà, l’esistere in virtù della più totale e spiazzante emancipazione, è il principio regolatore dell’esistenza stessa, ciò che di per sé fa dell’esistenza appunto, ciò che in seguito vedremo realizzarsi, un perenne tumulto d’animo, un angoscia di vivere e di durare, di scegliere, di manifestarsi e di caratterizzarsi come individui all’interno di un contesto sociale. I personaggi de ‘L’età della ragione’ sono a questo senso la perfetta trasposizione di tale concetto: maschere di una gioventù sfiorita, di un presente annichilito dal peso del futuro, imminente e non, spettri di una società deviante, goffi manichini volti a fare della loro libertà un atto contestatore, una ribellione al loro tempo e alla loro stessa natura, quella appunto di esseri abbandonati nel nulla, nella più totale libertà.

Nella Parigi dell’immediato anteguerra, sul far degli anni trenta, le vicende di un gruppo di giovani diventano lo specchio dell’insoddisfazione di un tempo e le loro storie la vorace consapevolezza di una realtà da affrontare senza convinzione e senza scopo, senza maturità e, ancora una volta, senza ragione. Un secolo, quello osservato dall’autore, straziato dai conflitti bellici (guerra civile spagnola) e dai sempre maggiori tumulti esistenziali che lo segnano e corrompono nel profondo; un presente avulso da ogni logica dove i protagonisti, da Mathieu fino a Ivic, da Daniel fino a Boris, arrancano folli e meditabondi in cerca di una chiave, in cerca di una consapevolezza e di una maturità che sfuggono rapide divorate dal loro stesso tempo. L’icastico simbolismo che ne traspare contribuisce dunque a fare dell’opera, in ogni sua minuziosa polivalente e densa rappresentazione, un saggio letterario e filosofico, un pretesto di immenso valore, un faro puntato sull’uomo novecentesco.

Ragione Imgur

“[…] Nessuno ha ostacolato la mia libertà, ma è stata la mia vita a berla [..]” afferma Mathieu verso il termine dell’opera. Da qui risulta chiaro quanto l’autore intenda l’esistenza non tanto come una serie di bivi o un divenire, una maturazione, quanto proprio come il perdurare, il reiterarsi di una condanna, l’angoscia di essere e la conseguente intuizione della vacuità di fondo che regola e contraddistingue ogni singolo concetto o atto/decisione. Non è che la scelta non venga presa sul serio, la libertà viene comunque a formare in qualche modo l’individuo (e infatti la frase conclusiva del romanzo, ovvero il titolo dello stesso, proprio a questo intende rifarsi), solamente sono la più totale consapevolezza, l’impotenza verso un qualsiasi equilibrio ed il rifiuto di un’omologazione, in parole povere l’esistere in virtù di un interrogativo, di quel nulla che trascende, condiziona e segue l’esistenza stessa, a prevalere nell’inconscio dei personaggi sartriani. In questo modo ogni atto viene visto come inevitabile reazione, come apatico incedere e patire senza coscienza né volontà, o meglio senza alcuna intenzione. La lucida e disincantata teoria di Sartre fa perno proprio su questo e le figure di Mathieu e Ivic, in particolare quest’ultima, sono forse la chiave di volta per comprendere appieno il pensiero dello scrittore. Masochismo perciò, questo, che diviene, similmente al caso della Carla de ‘Gli Indifferenti’ (opera estremamente affine alla presente), l’arma con la quale rispondere all’apatia, all’agro sapore di un presente inarrestabile e indecifrabile.

La percezione del mondo esterno si fa mano a mano sempre più fosca, le certezze appaiono solamente dietro ad una coltre di nebbia, come volessero suggerirci la loro esistenza ma al contempo natura utopica. Pensando al Sartre de ‘L’età della ragione’ non possiamo non ricordare l’emblematico affresco di Munch, “Sera sul viale Karl Johan”, un gruppo di esseri dai volti tipicamente deformi, solcati dal terrore, intenti a fissarci col loro sguardo spettrale. Perché Ivic si pianta un coltello nel palmo della mano e perché Mathieu la imita subitaneo? Perché l’amore di una vita diventa d’un tratto un incomprensibile peso? Per quale motivo le anime di ognuno dei protagonisti sembrano brancolare nel buio senza un indirizzo e senza consapevolezza del presente? “Molto rumore per nulla”. “Questa vita gli era stata data per nulla”. “Io tutto quello che faccio, lo faccio per niente; sembra quasi che mi rubino le conseguenze delle mie azioni”. Questo afferma Mathieu, la supremazia del nulla, la totale negazione di una logica, di un qualsiasi principio o entità superiore regolatrice. Ogni atto compiuto è cristallino nella sua forte accezione esistenzialista, l’irrazionalità diviene metro di giudizio e assioma dell’attimo presente, il domani solo incerto, lugubre, evanescente proseguo. Non è facile apprestarsi alla lettura di simili opere, tanto meno trarne un’analisi sufficientemente approfondita e soddisfacente. Jean-Paul Sartre rimane uno dei più grandi scrittori mai esistiti e questo il suo abbecedario.

Voto: ★★★★★/★★★★★

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