Lamento di Portnoy

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Portnoy’s Complaint (1969) – Philip Roth / Inglese

Alexander Portnoy, in gran parte alter ego dell’autore stesso, è un maniaco, un pervertito, un uomo la cui eccentricità e continua ricerca di appagamento sessuale contrasta con la carriera creatasi, quella di stimato, riconosciuto membro della propria cittadina nonché autorevole professore e assessore di comitato presso Newark, New Jersey. Le sue nevrosi, manie o idiosincrasie varie portano la narrazione su un piano quasi del tutto biografico, come se la confessione fatta dallo stesso per l’intera lunghezza del romanzo sul lettino del dottor Spielvogel divenisse un vero e proprio rivelare se stesso, sfruttare la natura decisamente singolare (o forse sarebbe meglio dire deviata) del soggetto per rivelarne il background e personale e storico. Il suo nascere da una famiglia ebrea, rigida, da una madre ossessiva e da un padre troppo occupato a combattere la propria stitichezza per occuparsi del resto, da un’America in continua crescita, un ambiente sociale che si limita a battone vogliose e vecchi conservatori, insomma tutto questo diventa uno squarcio curiosamente singolare dell’America e l’apparente soggettività voluta dallo stile utilizzato non esula dal lasciar scorgere una visione ben meno soggettiva della stessa, ovvero quella di un Paese in rapido cambiamento, i cui vizi e le cui amoralità risultano più presenti e tangibili che mai.

Stravolgimento della contemporaneità, degrado dell’uomo moderno in ogni sua caratteristica e componente/influenza esterna ad esso riferita, un umorismo tagliente ed affilato come una lama che fa dell’ironia un’arma di seduzione e dell’esagerazione e del monologo (dal carattere fortemente isterico, bipolare e lunatico) il tramite per comprendere una società, i suoi pesi e le sue misure. Da queste caratteristiche ne nasce un tour de force che punta all’esasperazione del lettore, al capovolgimento di ogni ideale, alla dissacrazione degli stessi in virtù di quell’egocentrismo e quel bieco edonismo che sono a capo della cultura moderna.

Inutile negarlo, qui Roth, al suo terzo romanzo, forse ancora spinto dalla necessità di ripercorrere e trasmettere il proprio passato, parte dalle radici, dalla sua storia, e si sente. Il solo cominciare da un nucleo familiare, ebreo conservatore, da genitori così ben delineati in ogni loro piccolo difetto o mania, basterebbe a rimarcare quanto appena esposto. Ma non è tutto: l’intero romanzo, assimilato ed infine confermato sotto le spoglie di confessione, segue il flusso di pensieri di un soggetto fortemente problematico, dipendente dal sesso e da qualsiasi pratica o concetto ad esso legata come da una droga, in perenne lotta con tutta una serie di concetti socialmente affermatisi come la monogamia o la prassi religiosa continua e convinta, inaccettabili a suo vedere. L’attività sessuale, il vittimismo, il libertinismo, l’anticonformismo, la follia, sono tutte caratteristiche di Alex, individuo impensabilmente rispettato e ben visto da tutti all’infuori delle sfere privata e familiare. E, curiosa ironia, la rabbia e la convinzione conferite ai toni divengono tali dal preoccupare (o forse no) Roth stesso di arroganza ed a mettere su a termine dell’opera un immaginario processo (dove vediamo il protagonista provare a sfuggire alle accuse del pubblico di condotta immorale ed egoista) con finale condanna del giudice all’eterna impotenza in uno dei capitoli più geniali della letteratura mondiale.

Ne consegue uno stile che diverrà poi proprio dell’autore, specie in successivi capisaldi della narrativa mondiale come “La lezione di anatomia”“Il teatro di Sabbath”, diretto, violento, aggressivo nel proprio anticonformismo letterario, noncurante dei dictat passati come consequenzialità tra periodi o sviluppo lineare e crescente di una vicenda. Ciò che spicca nelle opere dello statunitense è il forte legame con la propria patria e con tutto ciò che la ha caratterizzata col passare degli anni, dalla politica ai semplici usi e costumi così come alle ideologie imperanti, fede, consumismo e via dicendo. Roth fa della propria penna il messia, l’onesto, dissacrante megafono che, in pubblica piazza, strepita le proprie convinzioni legandole a filo doppio ad una contemporaneità incredibilmente affine alle stesse.

Voto: ★★★★★/★★★★★

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