Occhi blu, capelli neri

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Les Yeux Bleus Cheveux Noirs (1987) – Marguerite Duras / Francese

Prende origine nella totalità di un’assenza il testo di Marguerite Duras (certo, non tra i suoi più rinomati), e così procede coerentemente nel corso dell’intera narrazione. Un’assenza che è fortemente voluta, del tutto necessaria, tanto da vestire i panni di protagonista all’interno del romanzo. Ma è interessante capire a cosa si dà quest’assenza: innanzitutto al contesto, limitato da un mare, una terrazza e due figure di cui conosciamo solo il sesso (Lui e Lei). Dopodiché al racconto stesso, che non può perciò considerarsi tale e che di fatto non esiste, riassumibile nella sua estrema singolarità come una descrizione di emozioni, pensieri e sentimenti alla quale accompagnano brevi scambi di parole (racconto, per altro, distribuito su più livelli narrativi e combinato ad una riproduzione teatrale dello stesso).

È forse proprio grazie a questa anarchia strutturale che riesce ad acquisire spazio la riflessione, riflessione che è sempre maniacalmente ricercata nelle righe dell’opera ed arriva persino a concedersi tempo attraverso lunghe pause bianche tra un periodo e l’altro. Si contempla così la condizione vissuta dai due individui, un platonismo amoroso alquanto peculiare, che non osa mai nemmeno quando sussiste il desiderio più ardente, irremovibile malgrado la sua persistenza.

Il susseguirsi di proposizioni brevi, se non brevissime, rispecchia il concetto di amore che si vuole rappresentare nel romanzo. Qualcosa  che si esprime più come possibilità che come realtà effettiva, che giace sempre nella sfera del potenziale e mai definitivamente in quella dell’attuale. Ha importanza in questo senso la terza figura presente nel libro, l’altro Lui. Un Lui per raffigurare un’altra possibilità, questa volta concreta, viva. Sorge la promessa di una felicità invisibile che è presto desolazione di una verità amara. Lei può ricevere da Lui ciò che dall’altro può solo desiderare. Ma preferisce trattenersi nel limbo di sofferenza che permea quella stanza d’hotel, punto di ritrovo per abbandonarsi alle lacrime, al dolore. Con Lui. Si sprofonda nella vacuità del desiderio mendace.

Credere all’amore è come credere in Dio, poiché “È l’essere indefinitamente presente a se stesso che spaventa.”. E qui si capisce l’amore essere visto come un’aspirazione astratta, un credo cieco che diventa essenziale per sostenere il pensiero, la ragione. Per sostenere se stessi. Cominciare ad amare è cominciare a morire. Ma abituarsi alla morte non è affatto difficile, è la cosa a cui ci si abitua meglio. Così si pronunciano i due protagonisti mentre nelle parole amore e morte si mischiano fino a confondersi. Si accorgono così di aver già cominciato e morire, perdendo per sempre quel contatto con la vita che forse non hanno mai posseduto.

Voto: ★★★/★★★★★

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