Germinale

Germinal (1885) – Émile Zola / Francese

Tra i principali esponenti della corrente letteraria cosiddetta naturalista, Émile Zola si distingue anzitutto per un approccio alla materia radicalmente scientifico, un documentarista d’altri tempi il cui spirito proletario si impone in una campagna sociale esemplare. La realtà viene infatti osservata, studiata, analizzata ed infine proposta secondo criteri del tutto oggettivi. ‘Germinale resta probabilmente tra le opere più significative dell’autore e dell’intero secolo. Esemplare, infatti, come conferma dei criteri appena esposti, l’opera in causa, tredicesimo tassello del ciclo letterario tale Rougon-Macquart (‘Il ventre di Parigi’, ‘Nanà’, ‘La conquista di Plassans’ ecc.), descrive le condizioni di vita di una modesta provincia mineraria del nord della Francia all’epoca della seconda rivoluzione industriale nonché la tremenda rivolta che ne mise in ginocchio la popolazione. Qui, EZ mostra una prosa di straordinario impatto oltre a minutissime rappresentazioni dell’ambiente, degli usi e dei sentimenti propri del contesto in analisi. Nonostante l’estrema crudezza nell’esposizione e nella natura stessa dei principali avvenimenti, in ultima e più attenta analisi Germinale si considera un romanzo piuttosto ottimista. L’autore, difatti, pur non credendo in un imminente riscatto marxista dell’operaio sul capitalista, confida nel suo futuro trionfo; a conferma di ciò, il titolo stesso, germinale, l’inizio della primavera ma anche una rinascita, il fiorire di una nuova speranza.

Il protagonista, Étienne Lantier, giunge nella cittadina mineraria di Montsou trovandovi immediatamente impiego presso le omonime miniere. L’assistere a condizioni lavorative estreme, al netto sfruttamento inflitto dai padroni e alla dilagante povertà delle famiglie, porta il giovane a capo di una rivolta prima ideologica e poi fattiva; rivolta che, disorganizzata e confusionaria (sciopero, digiuno, sommosse, campagne incendiarie ecc.), frutterà ulteriore impoverimento ed una scia di sangue culminante nella finale resa. Ammessosi incapace di gestire i tumulti e perso la giovane amata nel penultimo, straziante capitolo dell’opera, Étienne riparte afflitto ma anche fiducioso, convinto come l’autore in un ideale reo unicamente di immaturità, precoce ma, un giorno, vittorioso.

miner

Frutto dell’esperienza ricavata in prima persona, l’opera procede fluida senza mai rinunciare a riflessioni sociali e politiche, sfoggiando altresì ferocia nel continuo impiego di un realismo rabbioso e mai pago. Sovente il pensiero va alle misere condizioni di alcune delle famiglie del posto, nuclei di sei, sette persone costrette a lavorare per sopravvivere in baracche spoglie e decadenti, straziati dalle malattie, gli acciacchi, lo sfinimento e la delusione. Comunità completamente dipendenti dalla miniera, unica fonte di retribuzione del posto, dove l’atto sessuale si consuma reo in continuazione, in qualche pagliaio ad età imbarazzanti: dove le sbornie sono all’ordine del giorno, dove l’ingiustizia vige sovrana e l’ira per i soprusi quotidianamente ingoiati attende impaziente. Étienne si inserisce in un contesto debole, seminando ideali politici raffazzonati che trovano territorio fertile pur nella loro ingenuità, spera di domare la folla istigata ma fallisce quando questa sfugge al suo controllo andando in contro all’inevitabile disfatta. In tutto questo uno scenario cupo, che oscilla tra il nero ed il grigio, un inverno che sembra non terminare mai, ambienti deserti che rammentano il futuro Cronin e in particolare il suo ‘E le stelle stanno a guardare’ (la cui eredità del romanzo in causa pare palesemente acquisita), interni strazianti tra cui soprattutto la vera protagonista, la miniera. Almeno la metà del romanzo si svolge infatti all’interno di questa, tra i suoi cunicoli e i suoi anfratti maledetti dall’odio e dal caldo insopportabile. Spazi angusti, precari ai quali seguono incidenti, inondazioni, morti. Questa però non viene abbellita, ricamata, anzi, EZ sceglie di presentarla come ogni altro evento, raccontarla come per semplice spirito anacronistico, come uno schiaffo vigoroso levato in piene gote.

Procedendo nella lettura ci si accorge sempre più di quanto l’opera, più che un romanzo, paia mera cronaca, un articolo di giornale (sempre tale seppur prolisso) la cui narrazione verte principalmente nel farsi presentazione dei fatti il più fedele possibile. L’empatia diviene in questo senso fattore secondario seppur ricercato. Stupisce quanto lo zelo impiegato da Zola nel formare i caratteri principali del movimento detto naturalista lo spinga verso l’abbattimento di ogni sorta di attenzione verso i personaggi in quanto tali e verso le dinamiche tra gli stessi, in particolare quella amorosa, nonché verso l’abbattimento del bel finale, senza dubbio tra i più drammatici dell’intera letteratura ottocentesca. Come – se non meglio – dell’immaginario predecessore ideologico e stilistico Balzac, Zola e la forza del racconto realista nell’inseminazione comunista e nella progressiva presa di coscienza delle masse per la rivolta pacifica.

Voto: ★★★★/★★★★★

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