Delitto e Castigo

Prestuplénie i nakazànie (1866) – Fedor Dostoevskij / Russo

In un periodo profondamente fragile della sua vita – a due anni di distanza dalla scomparsa di madre e fratello – afflitto dai debiti e in condizioni di estrema povertà, Dostoevskij decide di scrivere un romanzo di attualità, che parla proprio dei suoi tempi, della crisi economica, sociale ma soprattutto morale dilagante. Nasce così ‘Delitto e castigo’, dal bisogno di confessarsi maturato dall’autore durante gli anni che trascorsero dalla condanna a morte sino alla commutazione di pena a quattro anni di lavori forzati in Siberia.

Definito da Dostoevskij stesso “il resoconto psicologico di un delitto”, il romanzo intercorre tra le vicende di vari personaggi satelliti che ruotano alla figura centrale. Il protagonista, Raskol’nikov, giovane studente in perenne conflitto interno (“Raskol” in russo sta per “scisma)” preda di un’alienazione completa che lo opprime e gli impedisce di vivere in armonia con la vita borghese. La sua famiglia (madre e sorella), capace di tanto amore incondizionato da apparire incomprensibile agli occhi di Raskol’nikov stesso. I Marmeladov: padre, madre e figli, tra cui Sonja, della quale il protagonista si innamorerà. Il giudice istruttore, emblema della rettitudine ma altresì della scaltrezza, e infine Svidrigajlov, figura che abbina la ricchezza materiale alla miseria di spirito spinta sino alla depravazione morale. Nel complesso sono riconoscibili sostanzialmente tre sottotrame, inizialmente distinte e a seguire sempre più connesse l’una con l’altra: la faccenda familiare, quella amorosa e la questione psicologico/giudiziaria, legata al delitto del protagonista ai danni di una vecchia usuraia e della sorella.

Il racconto procede in un susseguirsi alternato di voci che spersonalizzano gli episodi conferendo un tono di imparzialità che universalizza gli avvenimenti, da qui la necessità di adottare una narrazione in terza persona (dapprima pensata in veste di diario/confessione, quindi in prima persona). Si esaurisce di fatto con la prima delle sei parti (epilogo escluso), l’omicidio commesso dal protagonista, fungendo pertanto da preludio alla storia, eppure il pensiero vi riporta in ognuna delle parti successive, come a voler sottolineare la cardinalità dell’evento (per quanto alcune digressioni appaiano del tutto indipendenti dal fatto, come tipico dei romanzo pre-moderni). Altrettanto tipici e caratteristici della narrativa ottocentesca sono alcuni temi che qui si riscontrano: dall’amore tormentato sino alla malattia psicosomatica che fonde il mondo corporeo a quello spirituale.

Nelle prime bozze dell’opera stava scritto “L’idea del romanzo è la concezione ortodossa: in cosa consista l’ortodossia! Non vi è felicità nel comfort, la felicità si acquista con la sofferenza. […] Non vi è in questo alcuna ingiustizia, perché la conoscenza e la coscienza della vita si acquistano con l’esperienza dei pro e contro che occorre provare su di sé con sofferenza.” Dunque la sofferenza come condizione beneficiaria, ma se nella religione questo dolore sottosta alla necessità di purificare lo spirito (e.g. nel catechismo cattolico), qui ha valore prettamente empirico, in quanto unica possibilità di costruire un ambiente favorevole all’esercizio di coscienza. Capiamo pertanto il romanzo essere incentrato su un concetto di morale diverso da quello religioso ma nemmeno propriamente laico, collocato in un limbo di mezzo in contatto con entrambe le parti. È certamente chiaro il rifiuto di ubbidire alle norme prestabilite che regolano i comportamenti tra i individui, l’incognita sta nel realizzare se potersi permettere o meno tale rifiuto. Dostoevskij, sotto questo aspetto, distingue l’umanità in due categorie: uomo ordinario e uomo straordinario. Il primo è talvolta etichettato come pidocchio, essere privo di personalità, schiavo della società e delle sue leggi. Il secondo è, al contrario, padrone delle proprie azioni, immune da qualsiasi forma di assoggettamento: solo in esso l’esistenza acquista importanza. Ecco, il delitto di Raskol’nikov altro non è che il tentativo estremo di ricondursi alla seconda categoria, dall’altro lato il castigo che segue (e precede) rappresenta sì la realizzazione del fallimento, l’impossibilità di tale impresa, ma soprattutto una seconda espiazione.

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Uccidere nell’aspirazione di affermarsi, sollevarsi per il bene dell’umanità trascendendo i principi vigenti o riconoscere il proprio status di inetto e rimettere la propria esistenza nelle mani degli uomini straordinari? Se nella prima metà del romanzo si è dinnanzi a questo bivio, successivamente la riflessione si sposta sul valore della redenzione una volta riconosciuta la propria immoralità e rassegnate le proprie speranze. Anche qui vi è una netta distinzione ed è qui che si salva il protagonista: mentre accettare se stesso libera Raskol’nikov dalla perdizione, l’abbandono di Svidrigajlov lo sprofonda nell’abisso della corruzione morale che già lo abitava.

È come se con il suo personaggio principale Dostoevskij volesse richiamare prima di tutto a un’educazione morale, impartire una grande lezione di vita. Le azioni di Raskol’nikov si compiono in prospettiva di una vita più grande, la carità e l’amore in lui vincono sul nullismo e sull’alienazione e in questo senso abbracciano una visione cristiana del mondo. Sopravviene naturalmente la morale sulla psicologia, perciò la personalità di Raskol’nikov risulta spesso incoerente, non convince e lascia spesso perplessi in quanto manca di conformità. Egli è la pedina attraverso la quale si evolve il discorso, perfettamente adatto quindi un personaggio privo di una forte personalità, discrepante e irresoluto, che risiede in una molteplicità di contraddizioni. Ecco che l’anonimato serve l’idea di un’etica universale. Allo stesso modo il contorno sociale, le condizioni di malattia e di miseria economica non hanno alcun valore causale nell’episodio cruciale, anche perché la decisione di uccidere non si stabilisce mai definitivamente nella mente di Raskol’nikov, viene  continuamente decisa e respinta. Sono presupposti che spianano la strada alla conversione, o meglio alla rinascita del protagonista, pretesti per aprire il varco alla sofferenza, la sofferenza come condizione salvifica per traghettare l’anima verso una riconciliazione con l’altro mondo.

Voto: ★★★★★/★★★★★

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