Lady Lazarus

Lady Lazarus, Ariel (1965) – Sylvia Plath / Inglese

L’analisi che, a rigor di logica, più si addice all’operato della poetessa statunitense Sylvia Plath (1932-1963) può considerarsi quella del contenuto, ovverosia di ciò che costituisce il corpo del testo, che lo forma in questo caso oggettivandolo. Considerare un qualsiasi componimento della Plath significa considerare innanzitutto il vissuto della stessa contestualizzandolo in maniera assai precisa: qui non vi è, infatti, nessun tipo di imposizione letterario-analitica (terzine costituite da versi liberi, anafore sparse, enjambement), come a sottolineare la natura fondamentalmente refrattaria alle imposizioni di SP ma anche e soprattutto quella narrativa dell’opera. Facendo riferimento alla stessa si potrebbe parlare di una sorta di sfogo, un canto liberatorio dove vengono incanalate la frustrazione e il pessimismo dell’artista, seppur riferendovisi sia più stimolante trattare della SP donna, meno dell’artista. La ragione di quest’ultima precisazione allude al femminismo che viene comunemente associato al suo nome, femminismo che molto deve al momento storico in cui si collocò oltre che alla sua effettiva, straordinaria natura. ‘Lady Lazarus’ viene concepita all’interno di uno dei periodi più delicati nella vita della poetessa in quanto segue l’abbandono del marito Ted dopo sette anni di matrimonio, nonché l’ennesimo tentativo di suicidio. Per lei la poesia rappresenta lo specchio dell’io, ciò che la tiene a galla e le permette di risorgere, proprio come Lazzaro, riferimento tutt’altro che casuale (in questo caso si parla dell’artista); in quanto tale, dunque, riflette null’altro che pensieri in flusso ricordando molto la Clarissa woolfiana. A dominare tematicamente è l’ossessione per il suicidio e conseguente risurrezione, interessante notare però l’utilizzo, la scelta dell’Olocausto e quanto ad esso è legato (sterminio di massa nazista, colpevolezza del popolo tedesco) come luogo entro il quale proiettare metaforicamente la propria condizione interiore universalizzandone il dolore, stesso procedimento – l’utilizzo cioè di luoghi allegorici – perfezionato e reso centrale in ‘Ariel’. Lo stile della Plath è estremamente tagliente, evocativo e forte proprio in quanto terribilmente diretto, le immagini affiorano nitide, soprattutto nelle prime strofe. La voluta crudezza di termini ad aprire (‘fermacarte il mio piede destro/occhiaie/fiato puzzolente/ciarpame’) cozza con il sarcasmo che invece chiude il componimento, SP alterna diversi toni e diversi umori rimarcando così la propria fragilità, la compiacenza con la quale si vede e descrive morta e oramai sepolta è la stessa con la quale enumera i suoi due tentati suicidi, uno per decennio. Non a caso l’anno successivo alla stesura dell’opera in causa sarà quello della morte per suicidio dell’autrice. ‘Lady Lazarus’ è il simbolo della ricerca di libertà dell’autrice, sia socialmente parlando in quanto donna, sia letterariamente: è l’immagine di un’individuo che vede nella resurrezione una condanna a ripetersi, rievocare un ciclo, quello vita-morte che la ossessiona e al quale si sente però profondamente legata, destinata quasi. Sylvia Plath è il dualismo tra morte e privilegio, suicidio e superbia. Termini che invero, se non precisamente contrari, di certo evidenziano quella che è una delle identità più dibattute del Novecento.

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