Top 25 Migliori Romanzi Ottocenteschi

RODIN

Il fascino magnetico della prosa sottolinea ed esalta il dualismo vita – morte, grazia – orrore in questo classico senza tempo sull’umana vanagloria. 

Come degno filosofo, studioso della psiche, Dostoevskij esplora le cause dell’alienazione sociale portandone le conseguenze agli estremi. Il dilemma posto è sul se e come venire a patti con sé stessi e con le proprie colpe. 

L’operazione in questo caso riprende – non senza correggere ed approfondire – i diktat veristi, attenuandone il lessico ed accentuandone di contro le conclusioni in materia sociale: un precursore a tutti gli effetti della letteratura decadentista.

Un manifesto socio-politico consumato dalla rabbia: sconcio e impietoso nella resa, tragico nelle conclusioni.

Solo la smodata ambizione intacca il bizantino schema dell’opera in causa, di per sé pregna di riflessioni e compendi filosofici coerenti oltre ogni previsione (teologia a parte).

  • Storia di Arthur Gordon Pym (1838) – Edgar Allan Poe

Invero, a terrorizzare – ben più degli eventi narrati – è la consapevolezza di trovarsi a tu per tu col peggiore dei propri incubi, intrappolati in spazi angusti, divorati dall’orrore. 

Il sapore amaro di un’opera che interpreta impietosa la Parigi di quel tempo, straordinaria nel dipanare trame e sottotrame di caratteristico ardore.

Apparentemente fin troppo conforme alle aspettative, rivela al lettore più acuto l’audacia di un autore contro le passioni imbellettate ed i quadri politici impostati.

L’intreccio amoroso diviene pretesto di studio sulla psicologia di coppia, quest’ultima a sua volta asservita ad un linguaggio aulico che ne magnifica i tratti.

  • I Miserabili (1862) – Victor Hugo

“…finché sulla terra vi saranno ignoranza e miseria, libri della natura di questo non potranno essere inutili.” Victor Hugo

Un concentrato di poetica dickensiana votato – più che alla denuncia – al riscatto della classe operaia, dei reietti; eccezionalmente carico di pathos.

Il vile denaro corruttore muove i fili di questa satira agrodolce sui rapporti di potere nella burocrazia russa.

Meno romanzesco di quanto non ci si aspetterebbe, quello di Melville si rivela essere un azzimato sproloquio sulla navigazione fregiato del calamitico fascino del folle Ahab, icona letteraria immortale.

L’abile trattazione – della tela sociale e dei profili che vi si dibattono all’interno – esalta un grande dramma al femminile ostruito ahimè da tante, troppe, parentesi.

  • Jane Eyre (1847) – Charlotte Brontë

Proseguendo il lavoro sull’emancipazione della donna intrapreso dalla Austen, CB racconta una vicenda carica di personalità e sfumature, struggente e passionale come poche altre.

Più dei due sopracitati quello in causa fu, con tutta probabilità, il primo grande esempio di romanzo femminista – elevando l’autrice a massima autorità del genere.

Un onesto, temerario esame di coscienza su come si è evoluta la Russia dell’epoca, politicamente ma soprattutto umanamente, leggendo nelle anime dei giovani che la forgiano e dei padri che ancora la sorreggono.

  • Dracula (1897) – Bram Stoker

La miglior dimostrazione dell’importanza di Poe nella letteratura orrorifica, una crociata contro le schiere del male tra mendaci alture transilvaniche.

  • Papà Goriot (1834) – Honoré de Balzac

Di come porsi e distinguere tra nobiltà e nobiltà d’animo in una realtà fagocitata dal dislivello sociale: la tragedia di un pover’uomo.

  • La Lettera Scarlatta (1850) – Nathaniel Hawthorne

Una favola d’altri tempi che svecchia notevolmente i significati di comunità e suo membro in relazione ai principi cardine (religiosi?).

  • Cime Tempestose (1847) – Emily Brontë

Simile sotto molteplici aspetti al gemello ‘Jane Eyre’, quello della sorella Emily è un romanzo che conserva toni cupi e travagliati slittando tuttavia verso una narrazione caotica e un’intreccio fin troppo pedestre.

  • Emma (1815) – Jane Austen

La delicata frivolezza emanata dall’opera in causa – pur ponderata nelle sue riflessioni – lascia il passo ad una maturità stilistica ed un candore fuori dal comune.

Assieme a ‘Papà Goriot’ definisce al meglio l’uomo ottocentesco calato nel proprio contesto, commistionando altresì astio e mestizia nel raccontare di un uomo preda di tempi bui.

  • La Certosa di Parma (1839) – Stendhal

Epico dramma in terra italica che orchestra scaramucce di cuore a impietosi giudizi morali.

  • Il Piacere (1889) – Gabriele D’Annunzio

Vera e propria opera d’arte di pregevole finezza e caratteristico ardore ove (am)mirare le gesta dell’esteta.

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