Il piatto piange

Il piatto piange (1962) – Piero Chiara / Italiano

Siamo all’alba del Novecento e in un tranquillo paesino di provincia – affacciato sul Lago Maggiore – la vita scorre beata e tranquilla. Chiara parte da qui, da queste premesse e, senza discostarsene troppo, ci narra di quelle stesse esistenze di paese apparentemente prive di interesse. Ecco allora che, attraverso il punto di vista del narratore, egli stesso concittadino e parte attiva della folta schiera di paesani, apprendiamo da un lato ciò che rende ciascuna persona unicamente rappresentativa di quel mondo, dall’altro ciò che ha contribuito a renderla tale, tutto quell’insieme di fattori intrinseci all’ambiente sociale rappresentato.

In questo caso, trattando della narrativa dell’autore, risulta chiaro quanto l’attenzione si posi non tanto sul dipanarsi degli eventi o sulla complicata trama che li lega l’uno all’altro, l’intreccio quindi, bensì (con particolare attenzione in questo frangente) sul rendere onore ad una determinata realtà e a chi l’ha vissuta ben lontano dai riflettori, alla povera gente. Gente che vive d’istinti e d’ignoranza, nella speranza di un domani meno avvilente, trascinandosi di giorno in giorno tra bische e bordelli, incrociando i medesimi volti, gli stessi sguardi. Lungi per questo dal render loro esemplari di cattiva condotta, Chiara sembra quasi voler dipingere uno scenario, come un pittore particolarmente attento alla fedele ricostruzione dello stesso in ogni suo minimo particolare. In questo modo ogni elemento di contorno o secondario, sfumato ai bordi dell’opera, viene investito di una rilevanza maggiore del consueto.

L’avvento del Fascismo però cambiò tutto: nuove menti al potere, talora avvolte nell’ombra a tirare le fila del paese, ora la paura serpeggiava nei cuori, repressioni e ingiustizie all’ordine del giorno minavano la tranquillità pur di un modesto paesino di provincia come quello in causa. Anche in questo caso, l’opera non si sofferma tanto sulla storicità di un tale frangente, ne riporta invece l’incidenza nella quotidianità; l’evento storico, a differenza di molti altri romanzi italiani di quel periodo, non è il fulcro dell’opera, al contrario viene tenuto ai margini del racconto in modo tale da non alterare l’immagine, la cronaca portata dall’autore.

É probabilmente questa la grande intuizione di Chiara, provare per una volta a (non ignorare, questo no, ma) forzare in secondo piano ciò che logicamente avrebbe richiesto molto più spazio, senza per questo ‘sbagliare’. Il risultato? una narrazione incentrata sui problemi (minimi o meno a seconda del caso) quotidiani, quelli che nessun libro di storia riporterebbe ma che ad uno sguardo più attento rappresentano il cuore della nazione italiana ed il vero volto dei suoi cittadini, vero in quanto altamente rappresentativo. Il lettore si trova così ad ascoltare una voce fuori dal coro, un duplice volto che al contempo tradisce e ripaga ogni aspettativa, ben lungi ciò dal rappresentare una contraddizione, anzi, semmai una visione a trecentosessanta gradi senza filtri o attenuanti se escludiamo un pizzico di gradita, coerente ironia.

Voto: ★★★ /★★★★★

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