Canne al vento

Canne al vento (1913) – Grazia Deledda / Italiano

Tra fate, nani, folletti, giganti e vampiri, la Sardegna di Grazia Deledda – Premio Nobel per la letteratura – pare richiamare per toni e per intenti un panteismo arcaico, quasi a raccontare e popolare questa favola fosse la gente del popolo, poveri e semplici contadini, donne umili e forti, tutti quanti ancorati ai princìpi dettati loro dalla fede e dai loro antenati. Un mondo ai più estraneo, che si rivela per metafore mostrandosi attraverso scenari naturali propri delle sperdute vallate che circondano, abbracciando quasi, i pochi centri abitati. In un panismo che unisce la forza evocativa pascoliana alla cerimoniosa poetica dannunziana, le canne al vento dell’autrice schiudono di per sé un mistero rivelatore dell’impronta narrativa preponderante. Come hanno modo di chiarire verso il termine del sedicesimo capitolo il servo Efix e donna Ester:

– […] Perché la sorte ci stronca così, come canne?

– Sì, siamo proprio come le canne al vento, donna Ester mia. Ecco perché! Siamo canne, e la sorte è il vento.

– Si, va bene: ma perché questa sorte?

– E il vento, perché? Dio solo lo sa.

Il fato che pochi decenni prima tacciava amaramente Verga, torna nell’operato della Deledda non più come la triste sorte dei vinti, bensì come provvidenza di manzoniana memoria che, nel bene e nel male, segue una propria logica. Ciò però viene palesato solo a lettura ultimata, tramite le vicissitudini di Efix. Il suo è un percorso che l’autrice tiene a sottolineare, ovverosia quello del peccato a cui seguono l’espiazione ed infine il perdono. Un santo per certi versi, un peccatore per altri, la prima di una serie di svolte atte in qualche modo a sottolineare il dinamismo intrinseco all’apparente trasparenza dei personaggi dell’opera, da Giacinto a donna Noemi fino a don Predu.

CANNE

Deledda apre ad uno scenario ma, oltre a voler svelare quest’ultimo, punta a minimizzare l’intreccio riconducendosi ad un ottica di pura osservazione. La stessa che sul finale permetterà un sublime saggio sul punto di vista: un moribondo che osserva quanto lo circonda: la narrazione qui si fa frammentaria, minutamente riprodotta secondo l’occhio del soggetto, un lento disperdersi nel nulla, le sagome a svanire, le parole sfumano. L’arte di contemplare un luogo, un simbolo, un avvenimento o anche solo un sogno, un incubo notturno popolato da panas (spiriti di donne morte nel parto) e vecchi Baroni, diventa la chiave di volta per concepirsi all’interno della narrazione evitando il dilemma sul punto di vista. In questo senso la scrittrice sarda riesce nel difficile compito di avvicinarsi alla sua lingua senza calcarne le orme, seguendone le impostazioni sintattiche ma distaccandosi al contempo dal suo linguaggio estremamente complicato.

Il racconto, nella sua struttura circolareggiante, sfiora con leggiadrìa luoghi, fatti e individui, il tutto attraverso la figura del protagonista. Questi, Efix, è il servo delle dame Pintor, ultime rimaste di una famiglia nobile la cui fortuna è andata disperdendosi col tempo. L’arrivo improvviso del nipote di queste, figlio della sorella fuggita anni prima, affretterà la disgrazia della famiglia costringendo ciascuno a fare i conti con sè stesso e i propri drammi irrisolti. Ma, lungi dal moralizzare, GD chiude l’opera in modo tale da assicurare ad ognuno il proprio destino, se non con imparzialità, certo con coscienza e previdenza. La disgrazia di cui parla infatti altro non è che la fine di un’era, l’esortazione a non perdere di vista le radici della propria terra, del proprio essere: l’annuncio di una modernità di dubbio valore, per certi versi criticata ma mai del tutto condannata e sempre con grande senso critico.

★★★★/★★★★★

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