Sommario di decomposizione

Précis de décomposition (1949) – Emil Cioran / Francese

Attorno al concetto di assoluto ruota essenzialmente il discorso di Cioran, quasi una lotta con se stesso, un grido tuonante nel silenzio di un vuoto. Si parla di un’insofferenza cronica, paradossale origine e risultato di una cognizione del nulla che imperversa ogni idea, entità o presupposto. Così, l’esistenza viene assorbita in quanto negazione e mai alterità. L’assoluto, allora, non è nient’altro che una proiezione, ma una proiezione indispensabile per ciò che intende dissolvere, infinitamente più grande di ciò che dischiude. Nella seduzione di questo compromesso viene d’altra parte implicata un’umiliazione irrevocabile, l’inganno di una salvezza si paga con la propria offesa e su tale vergogna non si ha alcuna possibilità se non quella di partecipare alla commedia e compiacersi attraverso di essa, rinunciando a se stessi. Caricarsi il peso dell’engagement esistenziale pure non sottrae alcunché alla costernazione cui si è destinati, imprescindibile poiché ontologica, ebbene a quale fine assoggettarvisi? Si negozia la trivialità di una condizione in misura della deferenza rivolta verso qualsiasi forma di costrutto etico che orienti la pratica del quotidiano; ciononostante, che si perseguano o meno principi dottrinali, non vi è modo di sfuggire a quel marchio perenne dell’abiezione che costituisce l’essenza e lì sedimenta: sovviene nel pensiero non appena questo richiama la propria immagine. In quest’ottica lo spirito non può essere, perché se fosse la sua stessa creazione lo smentirebbe. Nella sua contingenza si dimena per giustificarsi, e lo fa per via del verbo: la parola, qualificando i concetti, li esaurisce in uno spaziotempo che si dà nell’eternità, favorisce e incoraggia l’attività. Al contrario, il mutismo di una solitudine apre irreversibilmente le porte alla decadenza (ciò a prescindere dal sapere), a quella decomposizione “in cui periscono senza eccezione le cose indegne come quelle onorabili.” Perciò nasce il bisogno di adorare, misurarsi d’intensità auto-concessa. È l’unica consolazione possibile per l’anima: disertare la ragione, darsi alla prostituzione in assenza di spirito, vale a dire eclissarsi in Dio, per quanto entità senza verità di ragione raggiungibile solo e soltanto nell’unicità di una verità di fatto e nella risoluzione dell’infinito quali assopiscono la coscienza dell’assoluto che si impersonifica. In tale fatalità si viene annientati, forzati ad abbracciare una non-etica che si spiega in quanto teoria del nulla cosmico, ossia, più brutalmente, si riconosce di non poter spiegare. Libertà diviene infine sinonimo di blasfemia, l’unica libertà degna di tale appellativo è il suicidio. Ma allora per quale ragione trattenere il gesto, unico mezzo di espiazione capace di sconfessarsi?

Togliersi la vita sembra un atto tanto chiaro e semplice! Perché è così raro, perché tutti lo evitano? Il fatto è che, se la ragione sconfessa la voglia di vivere, il nonnulla che fa prolungare gli atti è comunque di una forza superiore a tutti gli assoluti; esso spiega la tacita coalizione dei mortali contro la morte; esso non è solo il simbolo dell’esistenza, ma è l’esistenza stessa, il tutto. E questo nonnulla, questo tutto non può dare un senso alla vita, ma la fa nondimeno perseverare in ciò che essa è: uno stato di non suicidio.

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