Il castello

Das Schloss (1926) – Franz Kafka / Tedesco

La vicenda, nonostante la sua incompletezza dovuta alla morte dell’autore, è abbastanza ricca, e narra la storia di K., chiamato dal castello di un villaggio sperduto in qualità di agrimensore e, una volta arrivato lì, vittima di un errore burocratico e non riconosciuto come tale. La caparbietà di K. però lo porterà a non desistere mai fino all’ipotetico finale (svelato dall’amico dello scrittore, Max Brod) dove sembra che anni dopo, ormai in punto di morte, al protagonista giunga una lettera nella quale gli venga riconosciuto il suo incarico.

La sardonica, impietosa e spietata rabbia esistenziale dello scrittore praghese si riflette immancabilmente in ogni dettaglio, creando un’atmosfera asfissiante e oppressiva, che destabilizza il lettore angosciandolo fin nel profondo del cuore; se l’abilità di uno scrittore si riconosce da quanto egli riesca a penetrare negli stati d’animo dei suoi lettori sicuramente Kafka sarebbe il più grande dell’intera storia della letteratura. Che infatti esso si chiami Gregor Samsa, Joseph K. o semplicemente K. la persona è sempre la medesima: lo scrittore stesso, che a conti fatti non tenta nemmeno un po’ di camuffare il proprio nome cambiandolo: semplicemente ci gioca su oppure lo accorcia. Il protagonista quindi è lo specchio dello scrittore, nichilista per natura, essere inferiore assoggettato alla dura legge del mondo in perpetua e testarda ricerca di un senso che di fatto non può esistere. Perché la fine di ogni opera dello scrittore è per forza di cose la stessa, e altra non può essere, perfino quando egli prova ad introdurvi un bagliore di speranza, come nella seguente. Ogni tentativo di cercare di comprendere o di spiegare le astrusità dei fatti e delle decisioni altrui è chiaramente vano, e la burocrazia è la riproduzione della società, è l’organo attraverso il quale Kafka riproduce l’astrusità delle leggi umane e l’ovvietà della sua sconfitta di fronte ad essa. E nonostante ciò egli non smette mai di lottare, non si dà mai per vinto, riuscendo solo a scontrarsi contro un muro, spesso reso tramite personaggi grotteschi, monosillabi e ripetitivi nella loro insensibilità e surrealistica essenza. L’elemento speranzoso si può intravedere attraverso

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qualche personaggio, per esempio Frida, che inizialmente sacrifica tutto per stare affianco al protagonista e sorreggerlo nella sua lotta contro le astruse leggi del castello, ma anche questo ruolo è fonte di un secondo rinnegamento e, proprio come l’avvocato di Joseph ne ‘Il processo’, si rivela essere una ben congegnata beffa, scoraggiando ulteriormente il lettore.

Con Kafka ritroviamo la figura classicamente novecentesca dell’inetto, che in lui trova il culmine della letteratura decadentista, insieme ad esponenti del calibro di Musil e Proust. La sua lotta continua contro il sistema, così come qualsiasi suo tentativo di creare qualcosa o di compiere un’azione a proprio favore, si rivelano sempre futili, quasi come una legge da rispettare. Il suo sdegno, la sua iniziale forza di carattere e coraggio, così come la presenza fissa di una figura femminile al suo fianco, altro non fanno che preannunciare alla sua caduta: la speranza in quanto positiva non può esistere, il pessimismo o il dubbio invece devono essere, ed infatti sono, i veri protagonisti della vicenda.

La filosofia di Kafka è estremamente criptica e complessa, così tanto da essere ancora al giorno d’oggi fonte di studio ed approfondimento. La sua ideologia profondamente pessimistica si può interpretare unicamente dai suoi pochi scritti ma nasconde in maniera lampante significati davvero grandi e ampi, difficili da esemplificare o chiarire adeguatamente. Il suo mondo, in tutta la sua astrusità ed incomprensibilità delle sue azioni, altro non vuole essere che una leggera enfatizzazione di quello reale, che risulta dunque eccessivo solo perchè visto senza filtri sociali e senza essere schematizzato e ridotto ad uno stereotipo. Ogni personaggio, escluso il protagonista, viene privato di ogni tipo di umanità, risultando solo come un’insensibile e spietata macchina da guerra i quali meccanismi egli stesso non comprende appieno: l’autorità massima dei romanzi kafkiani viene data per certa e assoluta, come un’inesistente entità divina da temere e rispettare in ogni sua scelta, che essa sia buona o cattiva. E da qui ne scaturisce però anche il pensiero fortemente ateo dell’autore (altra forte fonte di indagine da parte degli studiosi) che dipinge il suo come un universo comandato da un presunto Dio, spietato e risoluto nella sua astrusità e inesistenza di fatto.

Sotto il profilo tecnico quella di Kafka è una scrittura fondamentalmente semplice, di facile comprensione, scarna. La fama del suo stile consiste nell’importanza conferita alla narrazione didascalica degli eventi: calcando la mano sulla connotazione tetra e fosca del presente attraverso espressioni graffianti e dirette volte ad impressionare – nel bene o nel male – il lettore. L’immedesimazione diviene così elemento cardine intorno al quale costruire poi una marcata satira, tanto più pungente quanto tale avvertita.

Voto: ★★★★★/★★★★★

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