La città e i cani

La ciudad y los perros (1963) – Mario Vargas Llosa / Spagnolo

Scrivere per denudare, lasciare allo scoperto una parte di vita, svergognare la realtà di un mondo qui fin troppo intimo. Il vincitore del premio Nobel Mario Vargas Llosa sancisce con queste sue parole un’elegia disturbante, volutamente confusionaria, che delira con un realismo a dir poco travolgente in un contesto claustrofobico, segnato dalle grida innocenti di una giovinezza brutalmente strappata ante-tempo dal grembo materno. Fermarsi è ancor più arduo che continuare, sconvolgersi è l’unico obbligo che ci viene richiesto, trasportati e risvegliati da uno dei romanzi più crudi e logoranti della letteratura del novecento.

Collegio Militare Leoncio Prado. Un gruppo di giovani cadetti, chi forzato dalla famiglia povera, chi figlio di membri altolocati, chi ancora semplicemente vagabondo di strada da correggere, si appresta a cominciare un percorso di tre anni. Percorso che li porterà faccia a faccia col demonio, quello interiore, quello dell’affrontare la vita senza scappatoie, soggiogati dal dolore, avviliti dalla solitudine, consolati dal supporto dei compagni ma, al contempo, consapevoli e immaturi fautori del destino altrui. Il divampare della giovinezza, della vita che, tra quelle inferriate facilmente valicabili, sembra già volgersi al termine…

Lasciandoci trasportare dalla voce, dagli echi intrisi di rabbia nostalgica dell’autore peruviano, ci ritroviamo così dispersi e corrotti in una realtà maledetta, quattro mura palpabili come gli sprazzi di buio che avvolgono i protagonisti. È fin troppo palese che l’intero cardine dell’opera sia quello di rendere partecipi, di unire ogni uomo rinsavendolo e rinsaldandolo nella convinzione di uno spettacolo disumano; come spettri osserviamo invece una giostra di volti, un perseverare di emozioni e di sagome che sconvolgono per la loro svergognata palpabilità, per la spudoratezza con la quale avanzano indecenti. Ogni singolo atto che vediamo compiere, ogni abuso di forza, di futili volgarità utilizzate, si definisce in un contesto ben più ampio di quello militare, proiettandosi in quanto parabola di immoralità e di bassezza volta a ridefinire il concetto di uomo, di virilità e di sopravvivenza all’interno della vita e dei suoi contesti più deleteri. Non è uno scontro quello al quale assistiamo, e nemmeno una ridefinizione di concetti come bene o male, quanto piuttosto l’affiorare di una vera e propria supremazia della narrazione sopra ad ogni altro fattore.

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Sotto questo punto di vista dunque il lavoro svolto dallo scrittore latinoamericano è tra i più nobili e al contempo complessi mai intentati: l’approccio estremamente analitico, umano, forte di una vicinanza agli stati d’animo e di una particolare attenzione per l’immagine ricreata, suggeriscono la volontà di appropriarsi di un linguaggio che tralascia il mero svolgimento diventando esso stesso il cardine dell’opera. In questa maniera non è più l’atto ad essere rappresentato quanto bensì il suo collocamento all’interno dello scenario e tutto ciò che comporta per la ricreazione e la collocazione ideologica dello stesso. Tale processo, fondamentale nelle opere di autori quali Woolf e Faulkner (‘L’urlo e il furore’ si può considerare l’espressione più riuscita di tale pratica), innesta nel lettore una presa di coscienza che evidenzia in maniera spaventosa le sensazioni descritte, e questo proprio in quanto tali sensazioni diventano genuine e prive di filtri narrativi come l’eccessivo prolungamento in dettagli contestuali o secondari alla scena.

Nell’avanzare del racconto ci ritroviamo perciò in un quadro ben poco delineato, del quale conosciamo soltanto l’essenziale: un’ambientazione scevra, quasi sospesa nel nulla, che proprio per la sua indefinibilità richiama alla mente al contrario i particolari concessi: un paio di scarpe senza lacci, un volto tumefatto dai lividi, un pensiero malinconico rivolto ad un assente, una fulminea impressione su chi, fino a quel momento, lo scrittore non ci aveva concesso di conoscere meglio. Morte, solitudine, sofferenza, nostalgia, tutto un complesso reticolato di emozioni che si intessono l’una sull’altra costruendo individui a tutto tondo, definiti da sensazioni ancor prima che da scelte o parole. Un’intimità che si instaura in fin dei conti gradualmente, che comincia con un angosciante sguardo sotto l’incessante scrosciare della pioggia e che sboccia nella tragica morte dello Schiavo (personaggio cardine della vicenda seppur secondario). Un’opera quindi fondamentale nel percorso dell’autore peruviano, uno dei romanzi più scioccanti e accuratamente studiati dal punto di vista formale nella storia della letteratura, tappa inevitabile nello studio della crescita linguistica.

Voto: ★★★★/★★★★★

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